UN PROGETTO DI

Ripensare l’assistenza: il metodo Mauriziano tra relazione e continuità

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Negli ospedali si parla sempre più di personalizzazione delle cure. Ma nella pratica quotidiana, tra turni serrati, carichi di lavoro e organizzazioni complesse, questa promessa rischia spesso di rimanere teorica.

All’Ospedale Mauriziano di Torino si è partiti proprio da questa frattura tra teoria e realtà. Il punto di partenza non è stato un’innovazione tecnologica o un nuovo protocollo, ma una presa di coscienza: qualcosa, nel modo di fare assistenza, si era incrinato.

Come racconta Graziella Costamagna, direttrice della Direzione delle Professioni Sanitarie, l’input arriva dai dati: «Gli studi sulle cure mancate e sul benessere degli infermieri hanno evidenziato un profondo malessere e una perdita di identità dell’infermieristica».

Da qui nasce il case management FOC, un metodo organizzativo che prova a rimettere al centro la relazione, prima ancora della prestazione.

Da una crisi a un metodo

Il metodo non nasce come progetto isolato, ma si inserisce in un percorso più ampio di revisione dell’assistenza. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità delle cure e restituire senso al lavoro infermieristico.

Come spiega Alessio Rizzo, responsabile dello sviluppo organizzativo, «l’idea è quella di rispondere alla personalizzazione delle cure e, allo stesso tempo, ridurre il fenomeno delle cure mancate».

La differenza rispetto ad altri approcci non è solo organizzativa, ma culturale. Qui il focus si sposta sulla cura diretta e sulla relazione continuativa, affidata a infermieri con competenze avanzate. Non più interventi frammentati, ma un percorso unico e coerente.

Cosa significa davvero “accompagnare” con il metodo Mauriziano

Nel linguaggio sanitario, “presa in carico” è una formula abusata. Nel metodo del Mauriziano, invece, diventa un processo concreto.

Il paziente non entra in un sistema fatto di passaggi e figure diverse, ma incontra un referente stabile che lo segue lungo tutto il percorso: prima del ricovero, durante la degenza e anche dopo la dimissione.

«Il contatto inizia circa 20 giorni prima del ricovero e prosegue fino a 30 giorni dopo», spiega Rizzo.

Questo cambia radicalmente l’esperienza del paziente. In un sistema spesso percepito come impersonale, avere un punto di riferimento continuo significa ridurre l’incertezza, facilitare l’accesso alle cure e migliorare l’aderenza ai percorsi terapeutici.

Il nuovo ruolo dell’infermiere

Il cuore del metodo è la figura dell’infermiere di pratica avanzata. Non più esecutore di compiti, ma professionista capace di leggere il percorso clinico, anticipare criticità e costruire relazione.

Per svolgere questo ruolo servono competenze specifiche e soprattutto esperienza: riconoscere uno scostamento dal percorso “normale” richiede averne visti molti.

L’obiettivo, spiega Rizzo, è anche simbolico oltre che operativo: rendere finalmente visibile il valore dell’assistenza infermieristica, riportandola al centro del processo di cura.

Superare la logica delle prestazioni

Da anni si parla di superare un sistema basato su attività frammentate. Nella realtà, però, il modello per compiti resta dominante.

Il metodo del Mauriziano prova a scardinare questa logica senza richiedere risorse irrealistiche. La chiave è l’organizzazione: creare condizioni che permettano davvero agli infermieri di lavorare in modo diverso.

«Non è una rivoluzione impossibile», sintetizza Rizzo, «ma serve un contesto adeguato».

Il nodo della continuità

Uno dei passaggi più critici per i pazienti è il ritorno a casa. È qui che spesso si crea una frattura tra ospedale e territorio.

Il metodo interviene anche su questo punto, utilizzando strumenti semplici — telefono, videochiamate — ma inseriti in una relazione già costruita. Non è la tecnologia a fare la differenza, ma la fiducia.

Il paziente viene inoltre formato durante il percorso: impara a riconoscere segnali di allarme, a gestire alcune attività e a orientarsi nel proprio percorso di cura.

Le resistenze (inevitabili) del metodo Mauriziano

Come ogni cambiamento organizzativo, anche questo ha incontrato diffidenza iniziale. Inserire nuove figure in contesti tradizionali significa inevitabilmente mettere in discussione equilibri consolidati.

La leva decisiva è stata il coinvolgimento: coordinatori, infermieri e professionisti sanitari sono stati parte attiva del processo.

Accanto a questo, un elemento chiave è stato il supporto della direzione strategica, che ha dato al metodo una struttura e una legittimità organizzativa.

Uno sguardo al futuro

Il contesto sanitario sta cambiando rapidamente: popolazione più anziana, cronicità in aumento, bisogni più complessi.

In questo scenario, l’assistenza infermieristica è destinata a diventare sempre più centrale — ma anche più qualificata.

Secondo Costamagna, la direzione è chiara: maggiore integrazione, competenze avanzate e coinvolgimento attivo del paziente e dei caregiver.

C’è però anche un altro tema, meno evidente ma decisivo: rendere la professione attrattiva. Offrire percorsi concreti di crescita e responsabilità significa ridare prospettiva a chi lavora ogni giorno nei reparti.

Il valore reale del metodo Mauriziano

Alla fine, nessun metodo funziona davvero sulla carta. Sono le persone a renderlo concreto: infermieri, case manager, coordinatori. È nel lavoro quotidiano — nelle relazioni costruite, nei problemi risolti, nei percorsi accompagnati — che questo approccio prende forma.

Ed è lì che la differenza diventa visibile.

L’intervista è disponibile sul canale di OPI Torino

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Erika Zaffalon

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