Tra pratiche burocratiche, telefonate e trasporto pazienti, gli infermieri passano un quarto del loro tempo in attività che potrebbero delegare. Il problema? Spesso non c’è nessuno a cui farlo.
“Quando arrivo a casa, a mente fredda, mi rendo conto che non sono stata un’infermiera, ma un’amministrativa, un OSS… tante cose insieme”. È una delle testimonianze emerse da uno studio condotto in cinque ospedali piemontesi, che ha cercato di fotografare con precisione una realtà quotidiana spesso ignorata: quella degli infermieri schiacciati da compiti che poco hanno a che fare con la clinica.
L’indagine, promossa dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche (OPI) di Torino e realizzata dall’Università di Torino, è stata pubblicata sul Journal of Advanced Nursing e sul Journal of Patient Safety, portando alla luce dati e vissuti che fanno riflettere.
Il 25% del tempo degli infermieri per attività non cliniche
Secondo i risultati della ricerca, un quarto del tempo lavorativo degli infermieri viene oggi impiegato in mansioni che, da manuale organizzativo, dovrebbero essere affidate ad altre figure professionali: operatori socio-sanitari (OSS), amministrativi, addetti al trasporto o ausiliari. Eppure, nella pratica quotidiana, questi compiti ricadono sulle spalle degli infermieri.
Tra le attività più frequenti: rilevazione dei parametri, gestione delle telefonate, compilazione di documenti, trasporto e igiene dei pazienti, consegna dei vassoi, cambio presidi. Un insieme eterogeneo che, nel complesso, sottrae tempo ed energie all’assistenza clinica.
In Piemonte, secondo una stima, questo fenomeno equivale a oltre 5.000 operatori-equivalenti quotidianamente distolti dalle attività dirette di cura.
Uno studio che parte dal vissuto
Il progetto di ricerca ha coinvolto 236 infermieri distribuiti in 27 reparti di area medica e chirurgica, rappresentativa di strutture pubbliche e private. A questi si è affiancata una parte qualitativa basata su 20 interviste approfondite, che hanno raccolto emozioni, percezioni e fatiche.
Gli intervistati hanno un’età media di 36 anni, un’esperienza di circa 10 anni, e una forte predominanza femminile (80%) e una suddivisione tra area medica (13 infermieri) e chirurgica (7 infermieri). La loro narrazione disegna una professione vissuta in modo “ibrido”, a metà tra ruoli assistenziali e funzioni di supporto, spesso in assenza di alternative reali.
Alla base del fenomeno ci sono due ordini di problemi. Da un lato, la carenza cronica di personale di supporto, soprattutto nei turni notturni o nei momenti critici. Dall’altro, una serie di difficoltà culturali e relazionali nella gestione della delega: alcuni infermieri raccontano di avere timori o dubbi sulla qualità del lavoro delegato, altri di non sentirsi supportati da colleghi più anziani o poco collaborativi.
Il risultato è un senso diffuso di responsabilità morale, che spinge i professionisti a “coprire i buchi” pur di non lasciare soli i pazienti. Ma il prezzo, spesso, è la fatica mentale, il rischio di errore, e una motivazione professionale in calo.
Ripensare l’organizzazione, fin dalla formazione
Presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e anche presidente del Coordinamento degli Ordini delle Professioni Infermieristiche del Piemonte, Ivan Bufalo, lancia un appello alle istituzioni, sia politiche sia delle direzioni aziendali. «Siamo di fronte a una situazione che non è più sostenibile. In Piemonte mancano almeno 6.000 infermieri, ma il dato forse più preoccupante è che circa il 25% del tempo degli infermieri in servizio nel SSR viene quotidianamente speso in attività che nulla hanno a che fare con l’assistenza sanitaria.»
Le conclusioni degli autori dello studio sono nette: serve una riorganizzazione dei servizi, con maggiore presenza di personale di supporto e una formazione continua sulla cultura della delega, già a partire dai corsi di laurea.
Continua Bufalo: «È urgente ripensare i modelli organizzativi e assumersi la responsabilità collettiva di restituire agli infermieri il loro ruolo centrale nella cura. Non ci sarà alcuna sostenibilità possibile senza un utilizzo appropriato, rispettoso e strategico delle competenze infermieristiche. In gioco non c’è solo l’efficienza delle cure, ma la sicurezza dei pazienti, la qualità dell’assistenza e la tenuta complessiva del sistema sanitario pubblico».
Una gestione più efficiente e rispettosa delle competenze potrebbe non solo migliorare la qualità dell’assistenza, ma anche ridurre il rischio di burnout, aumentando la motivazione e la sicurezza delle cure.
Fonte: Comunicato Stampa Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino



